Buoni propositi: 9 libri che vale la pena leggere nel 2016

La domanda Quanti libri hai letto quest’anno? è un po’ come Cosa farai a Capodanno? chiesto il 2 di Settembre: sgradita al limite del chissenefrega.
Comunque, se siete indecisi per il 2016, ecco qualche personalissimo consiglio: siete liberi di integrare o cassare, fatemi sapere quali libri vi sono piaciuti 😉

Narrativa

Vita di Pi di Yann Martel – C’è questo libro indiano ma così indiano che ti accoglie in un mondo fatto di mille colori e profumi, poi ti scaraventa in un concetto di religione (e di pensiero e di vita)  illuminante e alla fine ti trascina in alto mare, nel dolore più profondo che diventa lotta per la sopravvivenza. Bellissimo.

Viaggi

My Little China Girl di Giuseppe Culicchia – Non è troppo lungo e per di più risulta godibilissimo, grazie alla scelta dell’autore di mescolare registri differenti, stili, scene divertenti. Consigliato soprattutto se per voi la Cina fa solo rima con Made in.

Autostop con Buddha di Will Ferguson – Lo leggi e riesci a immaginarti senza neanche uno sforzo quest’occidentale grande e grosso che vaga in autostop per il Giappone, preda di tragicomiche disavventure. Molto bello, uno dei miei preferiti del 2015.

Giallo

A che ora muori? di Simone Carabba – C’è Genova, che non è la mia città preferita e c’è il giallo, che non è il mio genere preferito: nonostante questo il libro mi ha coinvolta. Per questo, consigliato.

Attualità

È questo l’islam che fa paura di Tahar Ben Jelloun – Un libro utilissimo e illuminante, per capire, ad esempio, come mai la Francia laica e multiculturale abbia subito due attentati e sia tutt’ora a rischio. Arricchito di argomenti completi, orizzonte internazionale e onestà.

Tecnologia

Cypherpunks di Julian Assange, Jacob Appelbaum, Andy Müller-Maguhn, Jérémie Zimmermann – Quattro personalità di spicco del mondo tech e hacker si sono ritrovati a discutere di Internet, sorveglianza di massa, libertà e valori della Rete.

Nei mesi scorsi ho recensito nel dettaglio anche Educazione Siberiana di Nicolai Lilin e Cuba Libre di Yoani Sanchéz: potete leggere i rispettivi post qui e qui. Chi invece si occupa di scrittura, arte e creatività può leggere questo post qui.

Recensione colouring books (libri da colorare per adulti): cosa sono e a cosa servono.

colouring books mandalaSe vi dico che va di moda colorare quale potrebbe essere la vostra risposta?

Prima di pronunciare un cinico tu pensa, hanno inventato l’acqua calda, sappiate che non sono impazzita e che, anzi, da diversi mesi online se ne parla molto: secondo questo trend, da adulti colorare disegni chiamati mandala aiuta a rilassare, limita lo stress, scatena la creatività, incanala con gentilezza la concentrazione.
A prima vista sembra una cavolata, l’ennesima idea da markettaro per vendere libri da bambini agli adulti (facendoli pagare il triplo). Per questo, nel dubbio, ho sperimentato e adesso ve ne parlo.

Se date un’occhiata su Amazon vi renderete conto che i coloring books – altrimenti detti albun da colorare dalla mia nonna Giulia che me li comprava in edicola quando avevo 5 anni – hanno un costo, e non parliamo di un paio di euro. Quindi, scarico qualche mandala da vari siti e mentre lancio la stampa mi dedico alla ricerca sul loro significato.
Pare che questi disegni non vengano proposti a caso nei coloring books: tutti di forma circolare, hanno all’interno elementi legati alla natura e disposti a raggio. Potevano farci colorare Topolino – direte voi – non sarebbe stata la stessa cosa? Pare di no. Il mandala ha un senso preciso, che risale a tempi antichissimi: secondo i buddhisti raffigura il processo mediante il quale il cosmo si è formato dal suo centro, mentre in India è una danza.

E adesso eccoci qui, dopo una giornata di lavoro. Sono le 18 e io coloro. Verde.
Alle 18.15 ho colorato un foglio e ricordo perfettamente quello che ho mangiato a pranzo, il che se vogliamo è un risultato positivo. Viola.
Alle 18.30 sono al secondo disegno e mi sono dimenticata perché sto colorando. Purtroppo, però, mi sono ricordata benissimo delle 47 cose che avrei dovuto fare oggi e non ho fatto, va beh. Non importa, passiamo al terzo disegno.
C’è una tempistica per colorare, come nelle lezioni di yoga in palestra? Quanti disegni devo finire? Non lo so. Andiamo avanti: rosso.
Ore 18.50, ho capito: l’arousal!

Con questo termine si intende una condizione di basso livello di vigilanza della mente, che regala uno stato di attenzione diffusa. Secondo numerosi studi questa condizione è la migliore per concentrarsi, stimolare l’insorgenza di idee, insomma creare.
Quindi è questo il punto: colorando, la mente entra il stato di arousal, viene lasciata vagare ma mantenuta vigile e concentrata grazie ai limiti imposti (margini da rispettare e colori da scegliere). Ed ecco che si entra in contatto con elementi legati al ricordo di breve termine e poi di medio e lungo, insomma depositi della memoria che non spolveravamo da un po’. Sono questi a favorire la creatività, insieme alla ripetitività del gesto stesso, che aiuta a concentrarsi.

Colorare uguale spolverare i ricordi, sì forse è questa la risposta.

P.S. Vi metto su Instagram il risultato finito del disegno di cui sopra 😉

La ricetta per la speranza

Spesso sento – tra tv web e chiacchierate – parlare di speranza. Parola bella, intensa, ché la pronunci e lei è già balzata in avanti verso il futuro.

La speranza è per me qualcosa di profondo e al tempo stesso ambiguo. Per sperare devi credere, e ciascuno di noi crede in cose diverse: la fede, la scienza, la famiglia, l’amore, il proprio gatto o cane. Taluni poi mettono sul piatto la frase più ambiziosa: credo in me stesso.
Dare speranza per me è difficile perché spesso sono io stessa a perderla. Sono io che smarrisco per strada quella luce in fondo al tunnel.
Ecco, certe volte più che luce pare proprio un lumino fioco al fondo di una miniera: lo segui e potresti uscire vivo ma potresti anche rimanere incastrato nella galleria per sempre.

Però una cosa l’ho imparata.

Proprio come l’atto di mangiare, la speranza vien sperando. Lo so, detta così sembra quella battuta, ce l’avete presente “chi vive sperando muore cag…”. Ma è vero.
Qualche anno fa ho sofferto di crisi di panico. Tutto difficile, anzi tutto impossibile. Buio e freddo.
In quei momenti ho imparato il primo ingrediente della speranza: non ce la farai da solo. Qualcuno questa speranza deve appoggiarla insieme a te, deve coltivarla insieme a te perché cresca sempre di più. Devi farla diventare un baobab gigante e imperioso, ma proprio come un contadino – o come la natura stessa – non potrai farcela da solo.
Lì ho cominciato a sperare, ad applicarmi come fosse un esercizio quotidiano di salute.
Tutto è tornato pian piano alla normalità ma devo ancora allenarmi. Come i grandi atleti, quando scopri uno sport benché tu arrivi a padroneggiarlo in modo eccellente sai di non dover mai smettere di lavorare, sai che se ti consideri arrivato, se non vuoi più imparare niente, allora sì che è la fine.

Mettere in un angolino le voci mortifere che mi dicevano, anche sul lavoro, “non sei abbastanza” “stai esagerando” “è tutta fuffa”. Zittire le voci che ci buttano giù ed esaltare quelle che invece dimostrano di farci bene. Chiamatela follia o forse incoscienza, scegliete a piacere e mi raccomando abbondate con le quantità. Mescolare, attendere che il composto si amalgami. Ecco, questa è la mia ricetta per la speranza quotidiana. Non so se sarà capace di motivare e non sono certa che funzioni su tutti come una panacea miracolosa. Ma sono certa che, se la provate, male non potrà farvi.

Buon martedì di Novembre a tutti!

How-to – Come si fa una intervista

intervista social media torino howtoCosa hanno in comune Daria Bignardi e Fabio Fazio? Di certo avrete visto almeno una volta i programmi televisivi che conducono: sono incentrati sulle interviste ai personaggi più disparati come politici, attori, giornalisti, scrittori, comici.
Ora, che voi vogliate condurre una trasmissione tv oppure dobbiate più semplicemente scrivere un’intervista per il vostro giornale, sito o blog, ecco qualche dritta su come preparare, costruire e sfornare una bella intervista.

PERCHÉ – Se avete scelto questa intervista da soli, conoscerete certamente la motivazione che vi spinge a farla. Se vi è stata assegnata e non vi è chiaro il perché fate domande. Approfondite con i vostri superiori, clienti, committenti. Cosa vogliamo ottenere dall’intervista? Perché proprio a questa persona o gruppo? Perché lui/lei e non altri esponenti del settore? Lasciare tutto questo al caso o all’intuizione equivale a partire già azzoppati.

CHI – Altra mossa furba è capire chi si avrà di fronte. Che l’intervista sia scritta, telefonica o di persona, è fondamentale una ricerca preliminare sul profilo in questione. Di solito io mi sforzo di andare oltre alle informazioni base: ad esempio mi chiedo cosa ha scritto negli ultimi mesi, di cosa si sta occupando. Quali novità lo hanno visto protagonista nella sua vita (anche personale)? A quali eventi ha partecipato, magari twittandone, e in compagnia di chi?
Anche se vi rendete conto di non condividere politiche, idee e azioni di chi avrete di fronte, cercate di mettere da parte sentimenti personali e pregiudizi. L’empatia – altrimenti detto mettersi quanto più possibile nei panni dell’altro – aiuta moltissimo ad evitare gaffes, andare dritti al punto, non perdere tempo e non farlo perdere agli altri.

COSA E QUANTO – Una volta avuti chiari questi primi punti, potete partire con la costruzione. Stabilite con precisione data, luogo e orario e comunicate anche la durata prevista dell’intervista (gesto sempre apprezzato, specie se vi tenete sulla mezz’ora e rispettate poi i tempi).
In questo paragrafo va affrontata anche l’annosa “questione delle domande concordate”: in alcuni casi capita di sentirsi richiedere le tracce in anticipo e ci si può trovare spiazzati. Il mio post/articolo somiglierà ad un triste comunicato stampa? Perché non posso chiedere ciò che avevo in mente? Beh sappiate che non siete i soli a pensare tutto questo: ciascuno trova le proprie risposte a queste domande, dal canto mio posso dirvi che ho scelto di non comunicare mai in anticipo i dettagli delle interviste che faccio.
Tornando al nocciolo della questione, più che un rigido elenco di domande studiate un percorso da fare con il vostro intervistato. Immaginate una passeggiata in montagna: voi sarete la guida lungo il sentiero – con cartina, punto di partenza e di arrivo bene in testa – ma lui/lei sarà libero/a di fermarsi a fare qualche foto, se i tempi lo consentono.

COME – Mantenere una scaletta flessibile vi consente di divertirvi e di non annoiare.
Fate poche domande – quelle giuste – e prestate attenzione al linguaggio, considerando età e background dell’intervistato.
Ah, e sapete qual è il top? Non avere alcuna domanda. Sì esatto avete letto bene. Sono convinta che le migliori interviste non siano fatte di botta e risposta ma di spunti intelligenti di discussione e dibattiti che arricchiscono tutti gli interlocutori.

Bene, e adesso?
Siete seduti in un ufficio con un caffè di fronte, il vostro registratore sul tavolo e un po’ di inquietudine addosso, stile Anastasia Steele in 50 Sfumature?
Sorridete e rilassatevi. Che stiate aspettando un cantante rock o il sindaco della città, una persona naturale e interessata a sapere di più su chi ha di fronte mette chiunque a proprio agio e fa sempre buona impressione.
Non temete di essere giudicati: in fondo siete voi a condurre il gioco, e dall’altra parte questo potrebbe essere visto con lo stesso timore che state provando voi.

In bocca al lupo e buon lavoro!

Un ricordo

Nonno, perché guardi i film di guerra se l’hai vissuta? Non ti fa pena?
Cocca, sei piccola per queste cose. A cosa vuoi che ti serva saperlo?
Nonno ho 13 anni non sono piccola cavolo. Io ce la faccio, sono forte!
Cita, quello che tu vuoi sapere è difficile da raccontare a parole. Ma tu sei una testa dura eh, puceti. Nonno prova a spiegarti, se ci riesce.

Quando guardo i film di guerra vedo una cosa realistica, non vera. C’è grande differenza.
Vedi, nei film c’è il coraggio, l’eroe. Lascia la sua terra natale per approdare in territorio nemico eppure tutto è organizzato, studiato. Ognuno ha le sue belle magliette di colori diversi, come nel calcio. Io di qua e tu di là. Certe volte si vede sangue finto, certe altre no, eppure è facile, chiaro, hanno le mappe, le strategie.
Ma quella è solo una parte della realtà, cocca.

Quando sono partito ero giovane, ero un ragazzo. Cosa avrei dovuto temere? Nulla.
Avrei dimostrato a me stesso e a tutti che potevo, avrei fatto la mia parte per mettere fine all’inferno che stavamo vivendo.
Sarebbe stato brutto, certo. Avrei sofferto ma sarei stato forte. Io non avevo mai davvero temuto nulla.
Mi insegnarono a sparare, ed ero piuttosto bravo. Io e gli altri ragazzi sapevamo, noi sapevamo che si poteva anche morire. Eravamo consci dei saluti che potevano essere gli ultimi.
Che masnaiun, che bambinoni incoscienti eravamo.

Poi cominciò il nostro calvario. Le nostre certezze iniziarono a vacillare.
Capimmo che la guerra non era questione di vincere o perdere. Che una guerra non si combatteva con particolare onore, o ad armi pari.
Di pattuglia, vedevo cadaveri a testa in giù in terra. Uomini impiccare altri uomini e costringere gli abitanti dei paesi a guardare, perché fosse da monito.
Era così, sapevi che eri in guerra. A casa la tua famiglia contava su di te.
Però qualcosa nella tua testa ti diceva che stavi cambiando, e non in meglio.

Con il passare dei mesi, degli anni, la morte si accumulava tutto intorno e tu non ricordavi la voce di tua mamma o delle tue sorelle, la faccia di tuo papà.
Certi cadaveri li portavamo a spalle, certi altri abbiamo dovuto lasciarli lì. Certi i ricordi di casa li hanno venduti, pur di mangiare qualcosa. Orologi, braccialetti.
Passavano gli anni e la gente continuava a morire. Ad un certo punto non ricordavamo neanche più come o quando, quindi scrivevamo i nomi dei morti per paura di dimenticarli quando fossimo tornati a casa.
E intanto dormivamo in mezzo all’acqua, intanto mangiavamo i gatti randagi.
Pian piano della tua testa, nel tuo cuore, si insinuava il dubbio.
Se lottiamo gli uni contro gli altri ma sono vestiti come me e hanno foto come le mie nel taschino della giubba allora chi è il nemico? E io perché criste sono finito qui? Non avevi una risposta, dovevi solo andare avanti.

Ho camminato così tanto durante la guerra. E visto tante cose brutte, cita.
Certe volte abbiamo tolto la vita a padri, figli, fratelli, fidanzati. Certe volte ho urlato e ho pensato di scappare via da tutto.
C’era un tale, Carlo. Tutti lo chiamavamo Carletto perché era alto ma molto magro. Beh eravamo tutti molto magri allora, ricordo che strappavo l’erba per mangiare le radici, quando non c’era niente altro. Comunque Carletto un giorno sparì. Pensavamo l’avessero preso, ma la pazzia aveva fatto più in fretta del nemico.
Nella tasca aveva una foto di sua mamma e suo papà.

Quando sono tornato a casa la nonna non mi ha riconosciuto. Poi ha pianto tanto.
Era bella e magra anche lei. Mi sembrò di vederla per la prima volta.
Mi dicevano Dovresti essere contento sei tornato a casa vivo e sano, ma io sapevo che la mia era stata fortuna.
Ricordati cocca, in guerra si è nella mani della fortuna. Tutto il resto conta meno.
Ci ho messo tanto a farmene una ragione, su questo.
Certe volte la notte dormivo male a causa degli incubi ma mia mamma e mio papà non lo dicevano ad alta voce per paura di imbarazzarmi.
Mangiavo di nuovo gli agnolotti, quelli buoni che si facevano una volta, ma qualcosa dentro di me si era inasprito per sempre.

Non potrebbero raccontarla, nei film, la verità.
Perché la guerra è al tempo stesso troppo spaventosa e troppo schizofrenica per poter essere divisa in scritti, atti e tempi.
Non potrebbero mai dire com’è davvero. La guerra è troppo perché l’anima che l’ha vista possa tornare a dormire sonni tranquilli.

Ci sono atrocità che gli uomini compiono l’uno contro l’altro, che ti lasciano l’animo lacerato.
Un contro è chiedere perdono a Dio per quanto si è commesso, ma diverso è riconciliarsi con sé stessi.
The Pacific – Episodio numero 1